domenica 27 gennaio 2013

Pulcinella Maschera Antropologica




Antonio Tortora

Quando si parla di Pulcinella il pensiero corre istintivamente al Vesuvio montagna sacra partenopea, ai due cavalli sfrenati uno d’oro (Apollo) che rappresentava il Sedile di Porta Capuana e uno nero (la luna) che simboleggiava il Sedile di Nilo, all’uovo virgiliano palladio cittadino, ed ancora al sangue contenuto nelle preziose ampolle delle reliquie di San Gennaro, al corno antico simbolo di regalità ritenuto dagli ignoranti mero portafortuna e alle “capuzzelle e morte” che richiamano l’antico culto delle anime del Purgatorio. 
È difficile dire se Pulcinella rappresenti una sintesi efficace di tutti i simboli elencati fatto sta che, osservando la scultura di bronzo realizzata da Lello Esposito e strategicamente posizionata, pochi giorni fa, in vico Fico Purgatorio ad Arco, si ha l’impressione che qualcosa sia tornato al proprio posto e che il popolo del Decumano maggiore o, come oggi si preferisce “dei Tribunali”, abbia potuto finalmente riappropriarsi di un pezzo della sua storia simbolica. 
La figura umana della popolare maschera è ben delineata mentre il cappellone a punta è caratterizzato da linee che si intersecano quasi a formare un puzzle solo apparentemente caotico.
Il bronzeo busto pare emergere dal lastricato basaltico della strada proprio a tre passi dall’ipogeo e dalla “terra santa” della Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco; ciò non sembra una coincidenza. 



(Foto Mario Zifarelli) 


È innegabile la potenza evocativa dell’immagine e l’energia vitale che fuoriesce dalla terra stessa ovvero da quella pavimentazione calpestata da generazioni e che si squarcia facendone uscire la punta del cappello e finalmente il fiero ed enigmatico volto di Pulcinella; ed è così, mentre fuoriesce all’improvviso dalla terra, che probabilmente Lello Esposito lo ha immaginato con una straordinaria intuizione artistica. 
Un’energia che richiama quel cavallo sfrenato che i greci, all’atto della fondazione di Partenope, adoravano definendolo Ennosigaios ovvero scuotitore di suolo. 
Forse la nuova stele di Pulcinella non provocherà tremori terreni ma di sicuro agirà come detonatore innescando una reazione a catena nelle menti dei più profondi osservatori come dei più superficiali passanti. 
Una sorta di grande punto interrogativo che da millenni fa sfuggire la nostra amata città e i suoi abitanti ad ogni definizione razionale. 
“Pullecenella”, celebre maschera della commedia dell’arte, ha origini antichissime e deriverebbe dal Maccus delle Fabulae Atellanae del IV° secolo a.C. o dal contadino acerrano Puccio d’Aniello che nel ‘600 lasciò la sua cittadina per seguire una compagnia di artisti nomadi o ancora dall’attore comico Silvio Fiorillo sempre nel‘600. 
Da quel momento sono in molti a ripercorrere le trame pulcinellesche del Kikirrus (personaggio delle Fabulae Atellanae dall’aspetto animale) apportandovi modifiche e adeguandolo ai tempi. 
Proveremo ad elencarne qualcuno: l’improvvisatore Andrea Calcese, l’inventore del parigino Polichinelle Michelangelo Fracanzano, gli attori settecenteschi più amati dai napoletani Vincenzo e Filippo Cammarano, Pasquale Altavilla, il più famoso Pulcinella ottocentesco e di tutti i tempi Antonio Petito che scrisse numerosissime commedie; ed ancora Giuseppe De Martino che proseguì l’opera di Petito, Salvatore Muto che morì povero quasi in omaggio alla maschera che impersonò in maniera così magistrale. 
Poi Eduardo De Filippo http://www.youtube.com/watch?v=y8xjYNfgjHU, Massimo Ranieri e Massimo Troisi; ma questa è storia recente.
Jean Noel Schifano, già direttore dell’istituto Grenoble e del quotidiano Le Monde, non a caso ha identificato Pulcinella come una “figura-simbolo partenopea spesso bollata come folklore e invece vera porta sul genius loci della città… essere ermafrodito, Horus del popolo, figura esemplare del barocco esistenziale” coniando così una definizione antropologica forte, impregnata di significato, carica di storia e tuttavia ancora molto vitale. 
È in questa capacità di continuo rinnovamento che risiede la forza del personaggio mascherato, padre di tutte le maschere e punta di diamante dell’anima di una città definita già nella trecentesca Cronaca di Partenope, “inclita”. 
In altre parole lo stesso mito archetipico di Pulcinella si confonde con il mito archetipico di Partenope, di Palepoli, di Neapolis tutti sinonimi di un unico portale generatore di storia e di significati. 
Stessa sorte viene condivisa da un Pulcinella che per poco non è stato ammazzato del tutto da pseudointellettuali che ne hanno sistematicamente sminuito la figura storica ed esoterica relegandolo negli angusti spazi della negatività e del luogo comune, e da una città che come aggiunge ancora efficacemente Schifano: “vogliono neronizzare unitamente alla Campania con la monnezza. Odiano Napoli per la sua trimillenaria intelligenza, per la sua civiltà. Così la sfruttano, come l’hanno sfruttata in questi 150 anni di Unità”. 
Eccole le radici dell’odio: storia e cultura sono i due elementi che fanno la differenza e che rappresentano il valore aggiunto di un popolo facendolo grande al cospetto delle altre Nazioni e parimenti sono gli elementi che suscitano acredine e gelosia da parte di coloro che hanno voluto depredarci di ogni bene, tranne l’anima di cui la maschera partenopea pare raffigurarne il simbolo più verace.
Nel caso di “Pullecenella” la maschera, definibile anche “larva” alla latina ovvero come fantasma usata per incutere paura, riassume su di sé tutti i significati e li trascende mostrandosi nella sua essenza a seconda della qualità dell’osservatore. 
Provocare paura, praticare magie, rappresentare spiriti e forze con una spiccata accentuazione di determinati tratti caratteriali umani e animali e tantissime altre funzioni possono rivelarsi utili per la decifrazione del personaggio ma non possono offrire mai una spiegazione esaustiva. 
Come si potrebbe pensare ad un Pulcinella allegro e vivace tralasciando la componente malinconica e tragica che caratterizza la vita dell’uomo? 
Come si potrebbe pensare ad un Pulcinella che torna da un viaggio lunatico con il suo carico di elisir magici e terapeutici tralasciando la concretezza materiale di una vita costellata di difficoltà? 
Ed infine come ci si potrebbe soffermare solo sulla classica descrizione fisiognomica rispettando la scuola di Johann Kaspar Lavater e di Giambattista della Porta senza riflettere sui molteplici volti delle opere dedicate alla illustre maschera e conservate presso il Museo di Pulcinella http://www.pulcinellamuseo.it/ ad Acerra, l’antica Liburia. 
Qui immagini, libri, stampe, quadri, fotografie, abiti di scena e maschere offrono migliaia di ritratti di un unico personaggio, per di più contestualizzandolo in un Castello Baronale che contiene innumerevoli testimonianze del folklore e della civiltà contadina e che quindi, in un certo senso, ricostruisce l’ambiente in cui l’uomo Pulcinella nasce e vive la sua infanzia. 
Il Centro di cultura “Acerra Nostra” presieduto da Eustachio Paolicelli, il Museo diretto da Francesco Mennitto e l’Associazione amici del Museo di Pulcinella presieduto da Antonio Di Falco stanno facendo molto per implementare le già ricchissime raccolte museali al fine di “porre in essere tutte le iniziative per diffonderne la conoscenza in Italia e nel mondo”. 
Il museo di Acerra è poco conosciuto dai napoletani nonostante conservi un patrimonio di inestimabile valore antropologico. 
Sono molte le opere di Lello Esposito presentate nel Pulcinella Museum e ben inserite lungo un percorso espositivo che si snoda per sale e corridoi che ripercorrono la storia della nostra maschera non solo e non più buffa e burlesca.
Pulcinella è stato il primo meridionale ad emigrare andando a cercarsi una nuova vita nella commedia dell’arte di altri paesi europei, a radicarsi e ad assumere caratteristiche peculiari di quei luoghi; così è accaduto in Francia con Polichinelle, in Inghilterra con Punch, in Germania con Hanswurst, in Olanda con Toneelgek, in Austria con Kasperle, in Russia con Petrushka, in Turchia con Karagoz per citarne i più famosi. 
In tutti i casi ha portato il “tutulus” coppolone tipico della città osco-campana Atella, la testa rasata tipica dei mimi oschi, la mezza maschera nera del lupo, il naso a becco d’uccello, le scarpe grosse ed infine il camicione e gli ampi pantaloni bianchi stretti in vita da una corda, abito caratteristico dei servitori, in giro per il mondo. 
E poco importa se deriva dal maccus lo scemo, dal pappus vecchio avaro, dal dossenus gobbo imbroglione, dal bucco mangione e chiacchierone oppure ancora dal pullus gallinaceus da cui deriva il diminutivo napoletano “pullicino”. 
Ciò che davvero conta è che fino ai nostri giorni è stato rappresentato in tutta Europa negli spettacoli dei burattini e nell’arte comica con temi ripresi dalla grande tradizione teatrale partenopea; che è profondamente innestata nella commedia dell’arte; che conserva una plurisecolare presenza nell’iconografia artistica ed infine, cosa che non va assolutamente trascurata, sopravvive nel carnevale e nelle feste popolari perpetuando la sua funzione simbolica e rituale.
Ne ha fatta di strada con il suo cappellone – pan di zucchero che, paragonato ad un imbuto e messo sottosopra, sembra somigliare alla macina mistica riprodotta sul capitello di una colonna della Basilica medievale di Vézelay, in Francia, dove il frumento viene allegoricamente macinato e trasformato in farina ovvero nel pane della vita dei fedeli. 
Pare che non esistano, stranamente, molte testimonianze pulcinellesche a Napoli e quest’opera dell’artista napoletano colma un vuoto fisico con la scelta di un angolo di strada che rischiava di rimanere abbandonato all’incuria nonostante la moltitudine di turisti che percorrono via Tribunali e nello stesso tempo colma un vuoto psichico richiamando i napoletani ad una profonda riflessione sulle proprie origini.
Una curiosità. 
La storia più antica della maschera e il suo collegamento con le tradizioni osche e atellane trova conferma proprio in una antichissima statua di bronzo che fu recuperata a Roma nel 1727 ed oggi è ancora una scultura di bronzo alta due metri e trenta centimetri, progettata dall’architetto Andrea Florio, forgiata da Lello Esposito e fortemente voluta dal regista teatrale Michele Del Grosso, a fungere da miracoloso ritrovamento. 
Ciò significa che non tutto è perduto, i napoletani non hanno dimenticato Pulcinella né a maggior ragione vogliono ucciderlo; essi vogliono semplicemente vivere proiettati nel futuro ma senza dimenticare le proprie origini.







venerdì 18 gennaio 2013

XXII Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta





Nei giorni 15, 16 e 17  febbraio

TEMA DI QUEST’ANNO

 “NAPOLI CAPITALE”


La manifestazione - come ogni anno promossa e patrocinata dalla Regione Lazio, dalla CCIAA di Latina, dal Comune di Gaeta, dalla Provincia di Latina, dal Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, dall’Associazione Nazionale Ex Allievi della Nunziatella, dalla Confcommercio di Latina, Gaeta e Napoli, ed altri Enti – prevede grandi eventi celebrativi, il convegno storico, mostre, rievocazioni militari e la Santa Messa in suffragio dei caduti del 1860-61. Saranno allestiti stand di libri e gadget.

Gaeta è la città martire, il simbolo per eccellenza della resistenza ad una sanguinosa aggressione militare, il luogo sacro dove ogni anno i figli redenti di un’antica e gloriosa identità si danno appuntamento nel segno della Fede e dell’amicizia fraterna.   
Tutto ciò lo ha reso possibile da tempo il Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta la più rilevante e frequentata manifestazione di storia borbonica che si tiene annualmente in Italia.

Appena definito il programma in ogni suo dettaglio, trasmetteremo il calendario ed i riferimenti completi dell'evento.









giovedì 17 gennaio 2013

LA ZAMPOGNA
Festival di Musica e Cultura Tradizionale
XX Edizione

Parte da Campodimele, venerdì 18 gennaio, alle ore 21.00 Auditorium Comunale, con l'esibizione degli Organetti di Maranola,  Ambrogio Sparagna ed il musicista Siberiano Vladiswar Nadishana.



Si rinnova il 18-19 e 20 gennaio 2013 l’appuntamento con uno dei festival più importanti in Italia nel panorama della musica popolare e world: La Zampogna – Festival di Musica e Cultura Tradizionale.
L’appuntamento, giunto alla XX edizione, coinvolge un numero sempre maggiore di studiosi, musicisti, liutai e pubblico, dimostrando quanto sia forte e in costante crescita l’attenzione verso questo importante strumento della tradizione popolare italiana.
Ospiti speciali saranno i giovani musicisti del nuovo progetto Zampognorchestra che presenteranno il loro disco d’esordio “Bag to the future”, l’originale ensemble Lapsus Calami che proporrà un interessante excursus tra i repertori colti e profani attraverso l’uso di bombarde tardo medievali e Vladiswar Nadishana costruttore di strumenti e polistrumentista siberiano tra i più apprezzati nell’ambito della musica world europea.
Saranno inoltre presenti numerosi artisti italiani, tra i quali la giovane cantante Lavinia Mancusi e lo strumentista Alessandro Mazziotti.
Il Premio "La Zampogna", assegnato annualmente ad un artista distintosi nel campo della musica popolare, per il 2013 sarà consegnato all’eclettico Enzo Avitabile, reduce dai recenti successi del suo ultimo album “Black Tarantella” (Targa Tenco 2012 per il Miglior Album in dialetto).
Il Festival risulta, quindi, una vera e propria no-stop che vedrà avvicendarsi numerosi musicisti, giovani e anziani, italiani e stranieri, che animeranno i concerti, i seminari, gli incontri.
Ma il Festival è soprattutto l’occasione per avere un contatto diretto con alcuni tra i più importanti costruttori italiani e stranieri di strumenti musicali tradizionali. Lamostra-mercato di liuteria tradizionale è senza dubbio l’appuntamento più rilevante della manifestazione, un’occasione unica in cui poter acquistare strumenti musicali, oggettistica tradizionale, attrezzi di uso contadino e pastorale.

“La Zampogna” rientra nelle iniziative di Re. Fo. La. – Rete del Folklore del Lazio ed è partner italiano dell’EFWMF - European Forum of World Music Festivals (network europeo dei 50 festival di musica folk più importanti).

PROGRAMMA


18 Gennaio 2012
CAMPODIMELE (LT)

Auditorium Comunale – h. 21.00 CONCERTO
Corde e Bordoni
con gli Organetti di Maranola di 
Ambrogio Sparagna
&
Vladiswar Nadishana



19 Gennaio 2012
FORMIA (LT)
Teatro Remigio Paoneh. 18.00
CONCERTO di APERTURA
Corde e Bordoni
con
 ZAMPOGNARI DI MARANOLA
WLADISWAR NADISHANA
ZAMPOGNORCHESTRA
&
OSPITI

* * *
MARANOLA (LT) 
Centro Studi ”A. De Santis” Torre Cajetani h. 21.00
ZAMPOGNE & CICERCHIE
Cena musicale tra canti e prodotti tipici



 20 Gennaio 2012
MARANOLA (LT)

Piazzetta S. Antonio Abate – h. 10.00 
MUSICA del BUON MATTINO
Musiche di Processione con Zampognari degli Aurunci

Madonna degli Zampognari – h. 10.30
CANTI VOTIVI
Voci della Preghiera con Lavinia Mancusi

Centro Studi ”A. De Santis” Torre Cajetani – h. 10.00
SEMINARI
Intorno al Sacro (Etnostorica 23)
a cura di I.S.A.L.M., G. Giammaria, A. Di Fazio
La musica per Bombarde tra tradizione colta e popolare
a cura di Lapsus Calami e con la partecipazione di 
Marco Tomassi
Il Tempo del Bambino e della Stella
presentazione libro a cura di Giandomenico Curi con interventi musicali di Kiepò (zampognari cilentani) e Musicastoria

***
Centro Studi ”A. De Santis” Torre Cajetani – h. 15.00 – 17.00
SEMINARI DI STUDI
Soffi Siberiani, a cura di Wladiswar Nadishana
Zampognorchestra, presentazione del disco “Bag to the future”
Flauti, a cura di F. Spada
***
Chiesa ”S. Luca Evangelista” – h. 15.0
CONCERTO
LAPSUS CALAMI, La musica per Bombarde tra tradizione colta e popolare

PREMIO SPECIALE “LA ZAMPOGNA 2013” a ENZO AVITABILE
***

Chiesa S. Maria ad Martyres – h. 17.30 CONCERTO
Il Suono del Vento, Organi e Zampogne
con Alessandro Mazziotti,
a sostegno del progetto Alberi di Canto


Piazzetta S. Antonio Abate – h. 18.00
PICCOLO CONCERTO del VESPRO
IL BORDONE SONORO
Zampognari dei Monti Aurunci, Ausoni, Mainarde
 
* * *
MOSTRA-MERCATO DI STRUMENTI MUSICALI
PERCORSI ENOGASTRONOMICI


lunedì 14 gennaio 2013

novità editoriale


LA PIÙ GRANDE TRUFFA 

DI TUTTI I TEMPI

La dittatura silente dei finanzieri

Il libro è acquistabile a € 9,00 presso la Libreria del Castello, in Solopaca (BN) 

tel. 0824971680

e-mail:  giuseppina_casillo@libero.it    


consigliato















venerdì 11 gennaio 2013

Teatro Le Maschere - Arzano (NA)


Oltre alle rievocazioni storiche, l’Associazione Culturale “Ci Siamo anche noi” si occupa di spettacoli prettamente teatrali, nei quali cercano di trasformare tematiche di rilievo nazionale o internazionale, in focalizzazioni sulla nostra terra, su Napoli, e sulla cultura del nostro territorio.
Questo è il lavoro fatto anche con lo spettacolo "IL CODICE D'AVINCIO" trasformando il discusso romanzo “Il Codice Da Vinci” in una storia tutta napoletana. 
Hanno legato il Santo Graal, oggetto mitologico, ad uno dei più grandi Musei della Campania, che è quello di Capodimonte. Nello spettacolo si parla di come tanti tesori delle nostre terre siano stati depredati anche dai Francesi e portati via. Di come un nostro artista partenopeo possa essere equiparato, in modo divertente e goliardico, ad un grande come Leonardo Da Vinci. Questa è proprio metastoria. Le cose come potrebbero essere andate se.

Lo spettacolo si terrà il 12 e 13 gennaio, sabato e domenica, al TEATRO LE MASCHERE di Arzano - NAPOLI. 

Non tantissime compagnie teatrali usano questa arte per dare lustro al nostro patrimonio artistico e culturale e alle nostre storie. 
Riteniamo che chi condivide la passione per il meridionalismo possa sostenere questi ragazzi, tra i quali alcuni nostri Compatrioti, e, eventualmente, godersi qualche ora di spensierata allegria.

Per prenotazioni ed informazioni:

 338.1269243 - oppure 333.9031669 - oppure – 081 7383352.





giovedì 10 gennaio 2013

Evento teatrale a Ercolano




Il nostro compatriota Gaetano Orefice ci comunica che le rappresentanze di Ercolano e Portici dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli ipovedenti, nell’ambito delle celebrazioni della 54ma Giornata Nazionale del Cieco, hanno organizzato, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Ercolano, per i giorni sabato 12 gennaio 2013 alle ore 20.30 e domenica 13 gennaio 2013 alle ore 18.30, presso la sala teatro del MAV (Museo Archeologico Virtuale) di Ercolano, lo spettacolo teatrale 


“Avendo, Potendo, Pagando”


commedia in 2 atti di Gaetano Di Maio e Nino Taranto con riadattamenti di Bruno Mirabile.

La commedia sarà messa in scena dalla filodrammatica U.I.C.I. diretta da Bruno Mirabile e composta da attori non vedenti, ipovedenti e amici dell’Unione che ancora una volta cercheranno di divertire il pubblico.

L’intero incasso verrà utilizzato per finanziare le attività dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

Per informazioni e prenotazione dei biglietti (costo €10) ci si può rivolgere a:


Sede U.I.C.I. di Portici, Corso Garibaldi 200 – Villa Savonarola 
(lunedì e mercoledì 17.00/19.00). 

Mario Mirabile cell. 339 34 56 120 e-mail HYPERLINK  mariomirabile@alice.it

Antonella Improta cell. 334 60 48 86 e-mail HYPERLINK antonella.improta@alice.it 

Sede U.I.C.I. Ercolano, via 4 Novembre 240 
(lunedì, mercoledì e venerdì 17.00-20.00)

Matteo Cefariello cell. 347 60 49 301 
(lunedì, mercoledì e venerdì – 17.00/20.00).





domenica 6 gennaio 2013

Basta con strade e piazze intestate a Garibaldi & C.




ROTTAMIAMO LE TARGHE, LE STATUE ED  
I SIMBOLI DELLA COLONIZZAZIONE 
DEL SUD E DELLA SICILIA

di
Ignazio Coppola



Qualche giorno fa, nella rubrica “Società”, del Giornale di Sicilia, campeggiava a tutta pagina un titolo ad effetto “ Bixio carnefice”, il  sindaco cambia la targa ed è polemica.. 
L’articolo a firma di Sergio Granata, a proposito di una sempre più attuale querelle sul risorgimento, riproponeva la pervicace opera, quasi una missione, del sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni, nel suo intento, come egli stesso sostiene nell’articolo in questione, di riaprire un dibattito su una pagina di storia che mortifica l’onore della Sicilia e la memoria dei Siciliani che a Bronte, Mirto, Alcara e Milazzo furono massacrati da Bixio e dal suo seguito. Il primo cittadino di Capo d’Orlando non è nuovo a gesti significativi, dimostrativi e, soprattutto, meritori di questo genere. 
Come molti ricorderanno, nel luglio del 2008 Enzo Sindoni, a conclusione di un convegno che aveva dibattuto sui mali che ne vennero alla Sicilia e al Mezzogiorno dall’invasione garibaldina e dal successivo mal digerito processo di unificazione che costò alla nostra isola lacrime e sangue, si risolse, confortato da una delibera di giunta, di picconare ed abbattere la targa che intitolava la Piazza a Giuseppe Garibaldi, per sostituirla con un'altra “Piazza 4 Luglio 1299”, dedicata ad un evento storico che, in quella data,  ricordava una battaglia navale avvenuta nelle acque antistanti Capo d’Orlando. Una battaglia che vide protagonista Federico III, rex siculorum, e che tendeva ad esaltare lo spirito di autonomia e di indipendenza dei siciliani contro le ingerenze straniere papali, spagnole e francesi. Da siciliano che ama la sua terra, quel gesto eclatante, ripreso dalla televisioni e dagli organi di stampa nazionali e stranieri, era un chiaro e preciso messaggio, ossia la rimozione di una “damnatio memoriae” e di una disinformazione storica ai quali i siciliani erano stati costretti a soggiacere da una storiografia ufficiale e di maniera ascara e servile, alla retorica risorgimentale e, peggio ancora, manipolata ed occultata dalla storiografia scolastica.
Come dare torto, allora come oggi, al Sindaco di Capo d’Orlando che rimuovere, abbattere e modificare didascalie di targhe dedicate a conquistatori e predatori della Sicilia sia cosa buona e giusta? Oggi all’ ” eroe dei due mondi” che conquistò (altro che liberare) il Regno delle Due Sicilie corrompendo i generali borbonici (e truffandoli come nel caso di Landi), con l’aiuto determinante della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli e con il sostegno della massoneria, depredando (non smentendo così i suoi trascorsi di corsaro in sud America) i depositi e i risparmi del Banco di Sicilia e di Napoli, sono dedicate nel nostro paese più di 5000 tra piazze, strade, teatri, scuole, navi, stadi, statue e fondazioni. Un po’ troppo, roba da guinness dei primati, per questo personaggio controverso che una rilettura della storia e della sua esistenza ci consegna come corsaro, predone, corruttore, amico, in occasione dell’impresa dei mille, dei mafiosi e dei camorristi, evasore fiscale e, addirittura, negriero. Per cui, sarebbe più che giusto disarcionarlo dalle numerose statue equestri, disseminate nelle piazze dei nostri paesi e delle nostre città, ed abbattere e modificare nelle vie urbane le targhe a lui e ai suoi sodali, troppo generosamente dedicate da toponomastiche compiacenti.
Ed è per questo assolutamente condivisibile, dopo l’abbattimento, qualche anno fa, della targa intestata a Garibaldi nell’omonima piazza, l’ulteriore atto dimostrativo di questi giorni del sindaco Sindoni di aggiungere nella targa della via di Capo d’Orlando dedicata a Nino Bixio, la dovuta precisazione storica di “Carnefice” , rendendo onore e memoria alle vittime di quella strage, che il nome oggetto della targa è quello dell’autore del massacro di Bronte avvenuto nell’ agosto del 1860. Appunto Nino Bixio, il killer che agì a Bronte, su mandato di Garibaldi, a protezione e tutela della ducea di Nelson e degli interessi inglesi che avevano sponsorizzato a piene mani l’impresa garibaldina. 
E’ singolare ed indicativa la storia di questo personaggio, al quale sono dedicate e disseminate in Italia innumerevoli strade, scuole piazze e quant’altro, che non solo a Bronte, ma in tante altre occasioni ed in altri luoghi, si distinse per brutalità, barbarie ed eccessi frutto del suo carattere violento e paranoico oltre ogni misura d’immaginazione e di elementare umanità. 
Sempre vocato ad ogni forma di autoritarismo repressivo, fu, per questo suo carattere violento, protagonista di duelli, come quello avuto con il “patriota” siciliano Agnetta, da lui preso a schiaffi perché si era rifiutato di obbedire ai suoi imperiosi ordini. Ed ancora le continue risse ed i diverbi avuti con l’altro “patriota” siciliano, Giuseppe La Masa, con il quale, in occasione della presa di Palermo, erano arrivati quasi al punto di spararsi vicendevolmente per il fatto che il focoso generale aveva preso a nerbate alcuni “picciotti” dello stesso La Masa che, a suo giudizio, stavano intralciando e ritardando il suo veloce incedere verso Palermo. 
Per rendersi meglio conto del personaggio e della sua indole basta, poi, leggere in proposito gli avvisi ed i proclami, a sua firma, fatti affiggere in occasione del massacro di Bronte nei paesi del circondario catanese che, appunto, non avevano nulla da invidiare  a quei proclami affissi dai nazisti nei territori d’occupazione 80anni dopo. 
Per concludere e per dare l’esatta misura del personaggio in questione, val bene ricordare il suo delirante antimeridionalismo, al pari del suo sprezzante razzismo, a proposito di quanto della Sicilia e dei siciliani pensava ed ebbe a scrivere testualmente in una lettera inviata, nel corso dell’impresa dei mille, alla moglie Adelaide: ”Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”. 
Ebbene, da 150 anni, essendo a personaggi come Garibaldi, Bixio, Cialdini, La Marmora, Govone, Vittorio Emanuele II, Crispi e tanti altri dedicate, ad ogni piè sospinto, soprattutto nel Meridione ed in Sicilia strade, vie, piazze, scuole e quant’altro per ricordarceli come “liberatori” e “civilizzatori” del Meridione e della Sicilia, è arrivato il momento che, prendendo coscienza che costoro non furono affatto liberatori e civilizzatori, bensì conquistatori, massacratori ed affamatori del Sud, si comincino a rimuovere e a distruggere, in ogni luogo ed in ogni dove, targhe, memorie e testimonianze fuorvianti di una verità che ci è stata sempre negata dalle storiografie ufficiali, patriottarde e di regime.
Ed a questo punto l’augurio è che, alla iniziativa del sindaco di Capo d’Orlando, possano seguirne, nella stessa direzione, molte altre, da parte di altri sindaci ed amministratori, al fine di aprire una discussione su quelle pagine di storia che ribadiamo, come sostiene Sindoni, mortificano l’onore della Sicilia e la memoria dei Siciliani. Ed  in questo senso che, sulla confacente rimozione di targhe, o sarebbe  meglio dire per usare un termine oggi in voga “ rottamazione”, di simboli e di statue ( quelle dei Savoia in particolare) sarebbe opportuno, schierandosi dalla parte di Sindoni, con convinzione e la giusta determinazione, aprire un doveroso dibattito con l’obbiettivo di rimuovere tutti quei simboli che fanno torto e mortificano con la loro presenza nelle vie e nelle piazze la vera storia dei siciliani e delle popolazioni meridionali.    





venerdì 4 gennaio 2013

Ripigliamoci la toponomastica





Piazza del Plebiscito, nientedimeno, il Largo di Palazzo della grande capitale ribattezzato con la denominazione ufficiale della prima truffa perpetrata a danno dei cittadini napolitani; e poi Piazza Garibaldi, Piazza Cavour, Corso Vittorio Emanuele, Parco Margherita, Via Caracciolo, Piazza dei Martiri, addirittura Via dei Mille. Insomma, la fine del Regno delle Due Sicilie rievocata continuamente per mezzo della celebrazione toponomastica. 

Suscitò un notevole vespaio, nel 2007, più o meno intorno al 4 luglio, secondo centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, la presentazione a Napoli dell’ ultima fatica letteraria di Jean Noel Schifano, il Dictionaire amoreaux de Naples, un corposo volume di oltre cinquecento pagine, ennesimo libro che lo scrittore francese, a lungo dinamico direttore dell’Istituto Grenoble e cittadino onorario di Napoli, ha dedicato alla città. Più che parlare del suo Dictionaire, un compendio di tremila anni di storia partenopea, l’oratore, stuzzicato anche dagli interventi del pubblico, si era infervorato nel proporre rimedi alla disastrosa situazione dei nostri giorni e aveva consigliato calorosamente ai napoletani di rimpossessarsi della loro identità perduta, enumerando gli innumerevoli primati del Regno delle due Sicilie al cospetto dei record negativi di oggi, da capitale della monnezza a territorio incontrastato della criminalità organizzata.

Tanto per cominciare, aveva suggerito, lo scrittore, si potrebbe cambiare il nome di alcune strade, per cancellare le tracce della colonizzazione piemontese avvenuta con l’Unità d’Italia: piazza del Plebiscito dovrebbe tornare al toponimo di Largo di Palazzo, Via dei Mille andrebbe mutata in corso Gianbattista Basile ed, infine, Piazza Garibaldi… andrebbe intitolata al 3 ottobre 1839, una data storica anche se poco conosciuta: l’inaugurazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici.

Schifano proponeva di seguire la via di una petizione o meglio ancora quella di un referendum popolare (ignorando forse che nel nostro ordinamento non esiste tale forma giuridica) e aveva rammentato che anche il corso Vittorio Emanuele, la prima tangenziale del mondo, aspetta ancora giustizia e l’intitolazione al nome del suo ideatore, Ferdinando II, che la realizzò in poco più di un anno. La proposta mi colpì. Mi chiesi: “Quanti toponimi ‘ risorgimentali ’ prevaricano la storia delle Due Sicilie? E per rispondere alla mia domanda mi dedicai a un’attenta lettura del “libro dei CAP”, l’elenco dei Codici di Avviamento Postale di tutt’Italia.

Nel Libro dei CAP in mio possesso, che risale al 1967, l’ 80100 - Napoli - va da pagina 242 a pagina 277. La prima “voce” in ordine alfabetico è decisamente “risorgimentale”: “Abba Giuseppe Cesare via; idem la seconda: “Cairoli Benedetto via”. Terza in elenco decisamente “borbonica”: Calà Ulloa Girolamo via. 

Si ritorna alla storiografia ufficiale con la quarta, vai dello stradario napoletano: “Calatafimi via”.

E qui rivado col pensiero a un mio incontro, nei primi anni ’70 del secolo scorso, con il nobile Don Achille di Lorenzo, Balí di Gran Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, di professione funzionario civile della Nato, custode, nella sua bella casa del Parco Margherita ( e già!), a Napoli, di innumerevoli cimeli e sacre memorie dell’ancien régime. Tra cui i diari autografi di Francesco II, tracciati su singolari blocchetti di ricevute rilegati in tela azzurra, scorrendo i quali scovai due lapidarie sentenze: una emessa a carico di un mio antenato, il capitano di vascello Federico Cafiero, deprecato da de Sivo (“Carogna!”) per la sua entusiastica adesione al nuovo regime instaurato dopo l’aggressione del 1860, e l’altra contro il generale Lanza, sconfitto da Garibaldi a Calatafimi: “Emerito coglione!” Decisamente sorprendenti per un re, un uomo, descritto come un bigotto, un baciapile, un tremebondo. La quinta strada (non quella di New York) è “Caracciolo Francesco via”, intitolata a un ammiraglio con più colpe del mio antenato per aver aderito alla repubblica nel 1799.

Continuo a leggere in ordine alfabetico e m’imbatto nel santo nome di Cavour, Camillo Benso conte di Cavour artefice primo dell’unificazione forzata. A lui sono intitolati una piazza e un intero rione. I napoletani continuano a storpiare il riverito nome pronunciando “Càvur”. Quindi tocca a Domenico Cirillo, nel 1774 medico personale della famiglia reale, viaggia in Francia e Inghilterra, dove fa la conoscenza di nuove dottrine e dove fa nuove amicizie tra cui Nollet, Buffon, d'Alembert, Diderot, Franklin.

È proprio dalla Francia che acquisisce l'idea di liberismo e di Repubblica che lo porta ad essere uno degli artefici della Repubblica Napoletana. E ad accettare l'invito del generale Jean Étienne Championnet a diventare membro della Commissione Legislativa che era stata istituita dal commissario civile francese. Con la restaurazione la Repubblica, fu spazzata via e Cirillo venne imprigionato. Gli fu concessa l'opportunità della grazia qualora avesse rinnegato il suo ideale repubblicano e giurasse fedeltà alla corona. Cirillo rifiutò e fu giustiziato il 29 ottobre 1799.

Il primo siciliano a farsi italiano, è Francesco Crispi e a lui è dedicata una via. Poi tocca a Carlo  De Cesare (attenzione: non Raffaele, autore della trilogia “La fine di un regno”). Ed ecco – sempre in ordine alfabetico - Giacinto De Sivo, lo storico legittimista che descrisse con parola accorate la tragedia dell’invasione e dell’occupazione del Regno. Si fa un balzo d’un secolo ed ecco corso, piazza, traversa e rione Duca d’Aosta: quindi  piazza, traversa, via, vico e vicoletto Duca degli Abruzzi. Che esagerazione! Il Duca di Genova si accontenta d’una via, lo stesso riconoscimento è accordato a Salvatore Fergola: il pittore, però, non il generale Gennaro difensore eroico della Cittadella di Messina sino al 13 marzo 1861.

A Garibaldi  (TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM) spettano una piazza le I, II, III, IV Traversa (a Forcella), una via, un rione. Francamente mi aspettavo di più, almeno quanto il Duca d’Aosta. 

A Napoli c’è poi una via Indipendenza (da che?) e anche a Marianella. L’elegantissima Martiri (dei) Piazza, è dedicata a quelli che consegnarono la capitale ai francesi del generale Championnet; un’altra via molto chic è quella che prende il nome da quegli sciamannati dei Mille; c’è, ovviamente, una via Guglielmo Pepe, una via Eleonora Pimentel Fonseca, non può mancare piazza del Plebiscito (che io non restituirei  all’antico nome di Largo di Palazzo, ma ribattezzerei icasticamente Piazza Truffa Elettorale). Altri toponimi “risorgimentali” recano le vie Carlo Pisacane, Poerio Alessandro  e  Carlo. L’ordine alfabetico  ci regala a questo punto altri Savoia: il principe di Napoli - a suo nome troviamo la galleria, i portici, una piazza, una via a Ponticelli e una a S. Pietro a Paterno – il Principe di Piemonte  (un rione),  il principe Umberto  (una piazza e una via (a Miano); poi c’era (ora si chiama Antonio Gramsci) un viale Principessa Elena; la Principessa Margherita  vanta una traversa, una piazzetta  e una via, il Re d’Italia  un corso, la Regina Elena  una piazza, la Regina Margherita  una via. Il Risorgimento s’accontenta di una via a Piscinola, Cesare Rossarol ha anch’egli una via, Umberto I torna agli eccessi che caratterizzano i Savoia e, così, si prende un corso (il Rettifilo), la galleria, i portici, due Taversa I e II a Marianella.

Verso la fine dell’elenco alfabetico ecco l’orgia di Vittorio Emanuele: corso, gradini, rione,      “scaletta” persino, quindi Vico I, II, III, IV, una via  a Miano e  una a  Secondigliano. Allo specifico Vittorio Emanuele III spetta soltanto una via. Fu il primo e unico re d’Italia nato a Napoli, nel 1869. A lui la storia assegnò il compito di far finire nell’ignominia – con la fuga a Pescara, l’abbandono delle Forze Armate alla rappresaglia dei tedeschi - quella stessa monarchia che suo nonno Vittorio Emanuele II aveva portato al massimo della potenza aggredendo il Regno delle Due Sicilie. E il Libro dei Cap finisce.

La prossima volta mi occuperò di un “Dizionario delle strade diPalermo”, copia anastatica di una pubblicazione del 1870 che, com’è ovvio, trabocca esaltazione di  Garibaldi e compagnia bella. Ma intanto i siciliani – che, perseguendo l’autonomia,  per liberarsi del dominio napoletano dettero una mano importante a Garibaldi – sembra si siano pentiti. E siano sempre più impegnati a ristabilire la verità storica e a riappropriarsi della loro specifica cultura e civiltà. Un lavoro duro. Le incrostazioni sono resistenti. 

Io stesso, ho settant’anni, a nove anni, nel 1946, lessi con commozione che molti miei concittadini napoletani erano caduti sotto il fuoco della polizia mentre manifestavano contro il referendum che cacciava via per sempre i Savoia dall’Italia. Molti anni più tardi, quando ho cominciato a frequentare l’altra sponda del Risorgimento, mi son reso conto che quei poveretti – cresciuti come me a pane e “soldati di Franceschiello” – erano stati uccisi dalla loro ignoranza: che è la conoscenza della versione ufficiale dei fatti accaduti tra il 12 maggio 1860 (i Mille a Marsala) e il 13 febbraio 1861 (il re Francesco II e la regina Maria Sofia lasciano Gaeta e partono per l’esilio): una damnatio memoriæ che non lascia adito a dubbi.

I Borbone regnarono sulle Due Sicilie dal 1734 al 1861 e si allontanarono dalla loro patria lasciando un segno di coraggio e di gloria; i Savoia regnarono dal 1861 al 1946 e fuggirono abbandonando l’Italia nelle mani degli Alleati e dei tedeschi. Vittorio Emanuele che avrebbe dovuto essere IV sappiamo tutti chi è: più personaggio da cronaca nera che da cronaca rosa.

Eppure i popoli del Sud d’Italia ancor oggi continuano a essere educati nell’esaltazione della monarchia sabauda e nel disprezzo dei propri  antenati. Anche il “revisionismo toponomastico” può contribuire a ridare a Cesare quel ch’è di Cesare.

Gaetano Cafiero